LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: DIAMARTE

Intervista di Gianluca Cleri

Che belle queste pitture post-atomiche che arrivano dai suoni di “Transumanza”, esordio dei Diamarte prodotto da Carmelo Pipitone. Un disco che deforma il tempo e lo spazio attorno, acido e decisamente denso di ricerca. Ovviamente parliamo di rock, parliamo di una strana miscela di pop, parliamo di società e critica ma anche di voci dal mix in secondo piano, psichedeliche, come la ragione che troppo spesso non porta con se la forza necessaria alle cose. Evidentemente saranno belle risposte quelle dei nostri alle consuete domande di Just Kids Society:

Questa stagione di Just Kids Society vuol parlare di futuro. Una cosa incerta sotto tanti punti di vista. Parliamo del suono tanto per cominciare. Ormai i computer hanno invaso ogni cosa. Si tornerà a suonare la musica o si penserà sempre più a come comporla assemblando format pre-costituiti?
Io ritengo che la fase dell’esecuzione e la fase della composizione rispondano a due momenti e a due istanze artistiche differenti. Non credo che quando Beethoven abbia composto la sua ultima sinfonia, da sordo, abbia potuto suonare ogni singolo strumento, né tantomeno credo che lo facesse prima: nel suo caso, pentagramma e pianoforte sono stati mezzi che ha adoperato per giungere a un fine. Ovviamente, poi, quelle sinfonie sono state suonate. La tecnologia non è male a prescindere, nemmeno nella musica, tuttavia il reale problema è nella facilità con cui oggi si accede ad essa. L’ampia disponibilità di software intuitivi e la disponibilità a basso costo di basi già fatte limita di molto la ricerca musicale e, di fatto, finisce col portare ogni cosa al suo risultato più immediato e banale. Di questa omologazione soffre da tempo la musica, in Italia in particolar modo. 

Sempre più spesso il mondo digitale poi ha invaso anche la forma del disco. Ormai si parla di Ep, di singoli. Di opere one-shot dal tempo limitato. Qualcuno parla di jingle come forma del futuro. E dunque? Se da una parte c’è maggiore diffusione, dall’altra c’è maggiore facilità di produzione. Dunque… chiunque può fare un disco. Un bene o un male?
Dipende, il problema risiede nella persona/produzione dietro al disco. Fare un disco non è un’operazione per nulla facile da un punto di vista artistico, ma nemmeno dal punto di vista economico. Penso che là fuori, oltre tanti wannabe trapper e affini, ci siano tanti artisti interessanti, che possono sfruttare la tecnologia a loro disposizione per dar voce alla loro istanze artistiche e alla loro idea di musica, noi stessi abbiamo sfruttato tali possibilità tecnologiche per lavorare al disco durante il periodo del lockdown, quando non potevamo vederci per arrangiare i pezzi. Il mondo della produzione digitale è stato un aiuto concreto per realizzare le primissime demo dei nostri pezzi. Il problema non è mai il mezzo, credo che il vero problema sia la mediocrità del gusto comune, che si beve qualunque cosa la moda del momento offra.

La pandemia ha ispirato e condizionato molta parte dell’arte di questo tempo. Ma sempre più spesso gli artisti inneggiano ad un ritorno a cose antiche, ataviche, quasi preistoriche come certe abitudini, come un certo modo analogico di fruire la musica. Insomma, ha senso pensare che nel futuro si torni a vivere come nel passato?
Ritornare al passato è uno dei topoi più diffusi nell’immaginario collettivo dell’essere umano, già Esiodo, poeta greco del VIII-VII secolo a.C., rimpiangeva l’antica età dell’oro quando gli uomini non conoscevano le malattie e non temevano la morte. Ottaviano Augusto fondò tutta la sua politica culturale sull’idea del recupero del passato. Io credo che alla base di tale attitudine ci sia semplicemente la paura umana del non noto, del futuro, vagheggiare il passato significa, di fatto, immaginarsi un mondo di cui si conosce tutto, dove non c’è il rischio di doversi confrontare con qualche accidente inaspettato. Per quanto riguarda la musica, penso che non si possa del tutto rifiutare il presente, anche se la nostra preferenza va verso l’antico. Io adoro i vinili, ma adoro anche ascoltare musica quando vado a correre, è evidente che le due cose non vanno d’accordo. Il vinile è una sorta di rito, una coccola, ti prendi un momento e ascolti proprio quel disco, è un ascolto edonistico, è forse la forma più alta di ascoltare la musica insieme ad andare a veder i concerti dal vivo. Tuttavia, per tutto il resto del tempo è legittimo approfittare di ogni altro modo, anche per salvaguardarsi da dover ascoltare ciò che viene proposto in molti luoghi pubblici.

“Transumanza” è un disco che si fa ruvido e velenoso ai bordi, dallo stoner al punk meno accomodante, ma anche nel rispetto di una chiarezza pop che non guasta mai. “Transumanza” è anche un grido combattivo, urbano e decisamente industriale… secondo voi dunque riuscirà ad incontrare anche i tempi e il linguaggio delle nuove generazioni digitali, rapide, velocissime… liquide?
Anche qui, dipende: non siamo tutti uguali, sicuramente incontrerà i gusti di coloro che riusciranno a immedesimarsi nelle nostre canzoni, trovando in esse un significato che abbia senso per loro, a prescindere dalla età. Tutti noi cerchiamo nella musica un correlativo oggettivo del nostro essere, in base al momento specifico che stiamo vivendo. Al nostro album auguro una lunga vita, magari quei giovani che oggi non riescono a rispecchiarsi nel mondo che rappresentiamo con la nostra musica, lo faranno fra cinque, dieci, vent’anni. C’è un momento per ogni cosa, bisogna essere nel modo giusto e ognuno ha i suoi tempi. Io ho iniziato ad ascoltare i Verdena nel 2021, a 20 anni, ma Bob Marley non l’ho mai seriamente ascoltato fino ai 28, perché quello era il momento adatto per innamorarmi di lui.

Anche in questa stagione riproponiamo una domanda che sinceramente non passerà mai di moda anche se le statistiche un poco stanno dando ragione a tanti come noi. Parliamo tanto di lavoro ma alla fine vogliamo finire in un contenitore in cui la musica diviene gratuita. E Spotify è uno di questi. Non sembra un paradosso? Come lo si spiega?
Da quando internet è diventato accessibile a tutti la vendita dei dischi ha praticamente perso ogni valore economico. Prima si parlava di copie vendute, ora si parla di ascolti fatti. Cosa è meglio. Non lo so. Il problema è che viviamo in questo mondo e non abbiamo tante opzioni di scelta. Sarebbe bello poter vendere il nostro disco e comprare quelli degli altri, ma col tempo è diventata una spesa non indifferente e nessuno vuole privarsi della musica che ama. Per cui YouTube, Spotify e altri sono mezzi che permettono un compromesso, anche se a favore del consumatore. Il problema è che l’industria della musica da tempo segue più il consumatore che il musicista, per cui non resta tanto da fare.

Siamo nel tempo dell’apparire. Come ci si convive? Si esiste solo se postiamo cose? E se non lo facessimo?
A mio parere questa è una falsa verità. L’uomo è lo stesso di sempre: oggetto consapevole del giudizio altrui. Eric Dodds, famoso antropologo che studiò la società omerica negli anni ‘50 del ‘900, arrivò a coniare una famosa definizione per descrivere i rapporti degli eroi: si guardavano con gli occhi degli altri. Mi sembra che l’uso dei social media ci permetta di sublimare questa pulsione cui siamo tutti soggetti: postiamo cose che vogliamo vengano approvate dal nostro gruppo umano di riferimento, perché più esso ci approva, più noi siamo sicuri di non essere dei reietti, di essere giudicati positivamente, di non essere soli, di avere l’approvazione di tutti. Poi ci sono gli outsider; la storia è piena di outsider e di anticonformisti e il nostro disco è un invito concreto a non seguire il gregge, cosa valida per ogni tempo.

A chiudere, da sempre chiediamo ai nostri ospiti: finito il concerto dei DIAMARTE, il fonico cosa dovrebbe mandare per salutare il pubblico?
Questa è una domanda difficile, anche perché il nostro fonico è il quinto membro della band, ha fatto parte della squadra di produzione del disco ed è un po’ una strano incrocio fra il Grillo Parlante e mago Merlino, quindi la domanda dovrebbe essere rivolta a lui. Io manderei il nostro ultimo singolo “Fuori Traccia”, per salutare il pubblico con il pezzo che più di tutti incarna il senso del nostro album, come se volessimo ancora una volta ricordare a tutti di uscire dai binari.

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